COME AUSTRIACI E PRUSSIANI CONSIDERAVANO GARIBALDI Carlo A. Porcella

Il dott. Carlo Porcella, storico, presidente del Comitato di Udine dell’ISRI, ha pubblicato per l’AMI di Udine le memorie del patriota friulano e ufficiale medico garibaldino Antonio Andreuzzi, ha scritto articoli per “Il Pensiero Mazziniano” tra i quali “Il presidente Wilson seguace di Garibaldi”. Ci ha inviato questo testo dopo aver letto l’articolo relativo al 150° anniversario delle battaglie di Monte Suello e Bezzecca pubblicato nel precedente fascicolo di Camicia Rossa, quale integrazione al medesimo articolo.
I giorni precedenti il conflitto del 1866 furono vissuti
in modo convulso dai nostri principali esponenti politici e militari. Il governo era guidato dal generale Alfonso La Marmora che voleva conservare le cariche di Presidente del Consiglio e di Ministro degli Esteri per cui fu costretto a restare a Firenze per gli affari di stato e solo all’inizio del conflitto fu sostituito da Bettino Ricasoli. Inoltre La Marmora era privo di un progetto strategico e non aveva provveduto ad effettuare un necessario collegamento con lo Stato Maggiore prussiano. Il re da parte sua avrebbe preferito come capo di S.M. il generale Della Rocca, suo fedelissimo, ma a tale nomina si erano opposti La Marmora e Cialdini e anche la nomina del generale Petitti di Roreto fu avversata dai due generali, anche se caldeggiata dal re. Cialdini operò affinché La Marmora fosse nominato Capo di S.M. perché generale d’Armata più anziano e perché sperava di condizionarlo nelle scelte future.
Cialdini nominalmente era comandante del IV Corpo d’Armata e prima del conflitto aveva alle sue dipendenza ben otto divisioni per un totale di circa 70.000 uomini e 354 pezzi di artiglieria oltre ad un grandissimo parco logistico per l’attraversamento del fiume Po, di fatto una vera Armata. Il generale Moltke, comandante dell’esercito tedesco, ben al corrente dei litigi tra i vertici militari italiani inviò da La Marmora l’addetto della legazione germanica a Firenze von Bernhardi che fece a Moltke un rapporto in cui si evidenziava la mediocrità di La Marmora e una forte ripugnanza da parte del generale per la partecipazione di Garibaldi.
La presenza dell’Eroe era molto gradita al generale prussiano per le particolari modalità di impiego dei volontari garibaldini. Benché esistesse un piano redatto da Garibaldi e discusso con La Marmora che prevedeva uno sbarco in Dalmazia di Garibaldi per sollevare contro Vienna i popoli dell’area balcanico-danubiana (anche il piano dell’insurrezione del 1864 in origine prevedeva tale ipotesi) non fu attuato pur essendo stato inviato anche al re.
Dopo l’impresa dei Mille di Garibaldi si diffuse nell’esercito austriaco anche “la paura” delle camicie rosse garibaldine e soprattutto se guidate personalmente da Garibaldi. A testimoniare il timore austriaco è la storica vicenda del processo penale per i fatti della “Cavalchina mascherata” del 17 febbraio 1863, la tradizionale festa di Carnevale presso il Teatro Sociale di Gorizia. Un gruppo di amici composto da sette donne e 16 uomini per partecipare al ballo del Teatro Sociale alla presenza dell’Arciduchessa Maria Annunziata si mascherarono da garibaldini completi di camice rosse. Durante la festa un generale austriaco ed i suoi ufficiali non gradirono la mascherata per cui dopo animate discussioni intervenne la polizia con conseguente procedimento penale.
La sentenza che ne seguì condannò: Giovanni Napomuceno Favetti ad otto mesi di carcere duro, Clemente Riavitz a cinque mesi di carcere duro, con il primo mese in isolamento per ambedue, Antonio Carnelli, Ippolito Costantino Dorese, Luigi Pussig e Carlo Fonzari a quattro mesi di carcere, Giuseppe Dell’Agata a tre mesi di carcere e quindici giorni di isolamento per tutti.